L’azienda Italia su basi instabili. Siamo sull’orlo della bancarotta

Il debito pubblico del nostro Paese si colloca abbondantemente, e stabilmente, sopra i duemila e cento miliardi di euro (intorno al 133% del prodotto interno lordo). Non un buco, una voragine piuttosto. Passano i governi, gli annunci si sprecano, poi c’è la dura e fredda logica dei numeri. Con quelli è difficile barare. Ogni volta che la Banca d’Italia aggiorna il bollettino è sempre la solita storia. Il guaio è che, come cittadini, ma anche piccoli risparmiatori, non ci si indigna più. Si prende atto… Dunque, l’azienda Italia non funziona. Perché poggia su fondamenta a dir poco instabili. Con l’indebitamento che si ritrova tecnicamente è sull’orlo della bancarotta. Questo succede perché l’Italia è un’azienda poco sensibile a rispettare le regole del gioco. Fa come se nulla fosse, tanto poi si trova sempre l’escamotage meno doloroso per mantenere in piedi lo Stato Leviatano salvaguardando i privilegi conquistati negli anni, soprattutto dai funzionari della pubblica amministrazione. Il problema di fondo è che lo Stato si regge su una mentalità statalista. Questo sta a significare che se un ramo della pianta è malato lo si tiene in vita comunque. Nessuna potatura, nessun taglio. Così facendo si ammala tutta la pianta. Come puntualmente è sotto gli occhi di tutti: lo Stato è una malapianta de facto. Un’azienda che non manifesta alcuna finalità produttiva (mi domando: che azienda è allora?) ma assai generosa nella pratica dell’assistenzialismo diffuso; diffuso perché ormai presente in lungo e in largo nello Stivale. Da tempo non è più solo una questione meridionale. Lo penso e lo scrivo da anni: lo Stato italiano gode di una sorta di immunità, vale a dire che non risponde mai a nessuno dei propri conti in “sprofondo” rosso. Si indebita per colpe proprie, per inefficienza tutta farina del suo sacco, per venire incontro alle esigenze dei soliti potentati (anche i grandi istituti di credito); e poi, domanda ai cittadini di farsi carico delle sue “cattive” azioni. D’altronde, qui da noi, si tollera che lo Stato non abbia un bilancio consolidato, per non parlare poi della voce certificazione. Insomma, non è dato sapere a nessuno quale sia il suo effettivo stato patrimoniale. Un’azienda un po’ anomala quella che non presenta un proprio bilancio completo. E in assenza di trasparenza è impensabile trovare la cura adeguata per far rientrare, progressivamente, il debito pubblico su percentuali accettabili. La trasparenza nella logica del pensiero statalista non potrà mai essere una virtù. Semmai, un vizio. Ad esempio, chi pensate pagherà alla fine l’eventuale nazionalizzazione di Monte dei Paschi di Siena, seppur a tempo (già, ma quanto tempo…)? Gli individui e le famiglie, cioè i contribuenti, anche potenziali investitori. Il pronto soccorso garantito dai Paperino davanti alla spregiudicatezza dei Paperoni. E’ noto, purtroppo: la storia la scrivono sempre i più forti. E allora? Per le sue mancanze imprenditoriali lo Stato andrebbe, per così dire, commissariato. Subito manager capaci, con provata esperienza nelle imprese private, a mettere mano ai conti. E poi, via libera a vere privatizzazioni, dopo la lunga e sfiancante stagione delle false partenze. Altro che società miste e cessioni di qualche porzione per gettare un po’ di fumo negli occhi! Non è più il tempo delle intenzioni. Altrimenti anche le agenzie di rating continueranno a fornire report negativi sulla qualità del credito dello Stato centrale e anche delle pantagrueliche propaggini periferiche, si legga – Comuni e Regioni.
mario says:
D’accordo sull’inefficienza dello stato italiano, ma il rimedio sotteso sembra quello di ridurre i compiti assegnati allo stato, anzichè quello di rendere lo stato più efficiente. Si contrappone lo stato e le sue amministrazioni alle aziende private, come se il rimedio fosse appunto semplicemente quello di privatizzare. Un conto è privatizzare e un conto è liberalizzare. Privatizzare un ENI o un ENEL vuol dire creare solo degli oligopoli.