Mps, quel dinosauro di Geronzi che parla di pubblicizzazione

Le parole di Cesare Geronzi, antico, assai navigato e controverso protagonista della finanza nostrana, offrono sempre motivo di sussulto. In primo luogo, perché, quando prende la parte dell’oracolo nelle interviste che distilla con una certa parsimonia, fatichi a comprendere se quel che dice è solo frutto del suo pensiero oppure se rappresenta la sintesi efficace di un “cenacolo” allargato, di sentimenti condivisi con storici sodali e/o con nuovi volti della relazione stretta fra finanza e politica. Questa volta a farmi riflettere è stato un passaggio (o un messaggio?) di un’intervista pubblicata recentemente su Panorama dedicato alla triste vicende di Mps. Ha detto così il banchiere: «Il Monte Paschi va nazionalizzato. Lo Stato deve diventare azionista della banca, ripulirla, risanarla e poi collocarla sul mercato. Non è più tempo di maquillage ai bilanci». Dunque, nella ricetta del medico Geronzi, lo Stato deve diventare una sorta di proprietario a tempo. Già, ma per quanto tempo dovrebbe andare avanti la cura di questa malattia, una falla patrimoniale che è ufficialmente calcolata in due miliardi di euro? Conoscendo come vanno le cose qui da noi temo che i tempi sarebbero lunghissimi e assai travagliati. Anche perché quando di mezzo c’è la politica – e soprattutto in un Paese dove la politica non brilla per virtù ma per processi e decisioni orientati all’opacità – per noi comuni mortali (magari anche investitori) la brutta sorpresa è sempre dietro l’angolo. Ma tale constatazione è, come dire, a valle del problema, ovvero ad acquisizione pubblica avvenuta. Invece il problema vero sta a monte, appartiene alla prima parte del pensiero di Geronzi, al perentorio «il Monte Paschi va nazionalizzato». Nessuno mi convincerà mai che qualcosa di buono e di duraturo possa venire da interventi invasivi dello Stato. Questo vale per qualsiasi settore, e la storia del nostro Paese, se solo la si studiasse senza paraocchi ideologici, è lì a dimostrarlo. Nazionalizzazione e mercato per me non vanno mai d’accordo. Esprimono due termini che rimandano a visioni del mondo che si collocano all’opposto. La promozione e la bocciatura di un’impresa – e una banca, seppur “contaminata” come Mps, lo è fino a prova contraria – è giusto che venga decretata solo dal giudizio del mercato; e ciò deve essere ancor più chiaro e trasparente quando ci trova a ragionare di una realtà quotata. Sento da più parti levarsi l’auspicio che prendano piede anche in Italia le vie delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni (quelle portate avanti negli anni, quando è andata bene, sono state solo timidi tentativi). Finalmente, mi viene da dire. Poi, da un personaggio come Geronzi, che, lo ribadisco, non parla mai a vanvera, sento risuonare il verbo nazionalizzare. Allora, cosa bisogna pensare? Che la lezione non la si vuole mai imparare. Lo Stato ci metterà un mare di quattrini e poi la regalerà a qualche gruppo privato. Siamo di nuovo al valzer delle privatizzazioni “a gratis” di antica memoria! Così, la legge del mercato, che per me è sacrosanta, viene sempre dopo (molto dopo!). Che la politica mai si stanca di voler trarre beneficio diretto dagli affari. In questo caso, anche da Piazza Affari. Certo, la crisi di Mps è conclamata. Ed è sotto gli occhi dei tecnici come la sua situazione di incertezza continui a stimolare le attività dei trader. Tuttavia, non credo che la ristrutturazione del marchio senese debba passare per la sua nazionalizzazione. A meno che non si faccia tesoro della mossa del presidente Barack Obama nella vicenda Chrysler. Aiuti concreti del governo Usa di fronte a patti chiari circa la restituzione del debito da parte di Marchionne. Le cose sono andate così per la soddisfazione di tutti. Per come è stata presentata non prevedo lo stesso lieto fine per la querelle Mps. Felicissimo di essere smentito…