La nuova legge sui fallimenti va a vantaggio solo dei grandi

Tempi certi e comunicazioni semplificate. Questi avrebbero dovuto essere i “must” presenti nel diritto fallimentare (articoli 67 e 182 – bis) per agevolare l’attività del professionista incaricato di seguire il cliente imprenditore in crisi nel suo percorso di ristrutturazione del debito; allo scopo, principalmente, di salvarne l’attività. Invece, ancora una volta, la realtà dei fatti è venuta drammaticamente a smentire i proclami. Un trauma solo per le aziende di dimensioni più contenute (che però non mi stancherò mai di ricordare che costituiscono la spina dorsale dell’economia di questo Paese), perché i grandi gruppi, pur alle prese con situazioni debitorie alquanto imbarazzanti, trovano sempre la scialuppa di salvataggio, con il concorso interessato delle banche creditrici che, nei fatti, ne diventano proprietarie. Vedi il caso dell’Ilva. Ma la lista del pronto soccorso ai soliti noti è assai lunga e con tutte le conseguenze del caso. Mentre per le PMI è sempre la solita solfa. Ai tempi della Grande Crisi hanno pensato logicamente di sfruttare le procedure di ristrutturazione presenti nella Legge per arrivare al concordato preventivo. Una pratica che continua, perché certo non siamo fuori dalla crisi. E il sottoscritto che si trova tutti i giorni in prima linea per tentare di muoversi in questa giungla con raziocinio e al servizio dei suoi cari “Brambilla”, s’imbatte in continue vicende dal tipico rimando kafkiano. E’ tutto un rincorrere, negli istituti di credito tra un ufficio e l’altro, alla ricerca snervante dell’interlocutore incaricato della posizione. Anche perché che in Italia, diversamente da altri Paesi (penso ad esempio alla vicina Germania dove è molto più chiara la questione creditizia in quanto vi è sempre una banca capofila nella gestione del debito dell’impresa), è assente un unico soggetto creditore o comunque “capofila”, ma piuttosto ci si trova a dover fare i conti con una pletora di banche che si muovono in ordine sparso. Questo complica oltremodo anche perché, tra fusioni, aggregazioni e rimescolamenti delle carte, il debito dell’impresa passa di mano in mano. E finisce così in un grande buco nero, con tutti i problemi del caso quando si deve fare i conti con un piano di ristrutturazione del debito che dovrebbe, anche e soprattutto, aiutare l’azienda ad uscire dalle secche anziché farla precipitare nell’incertezza, anticamera del baratro. In questo bailamme generale, il povero professionista fatica anche solo a sapere in quale ufficio si trovi la pratica. E la questione si fa addirittura tragica quando le banche decidono di cedere a soggetti terzi i propri crediti. Perché, in quel caso, se le aziende indebitate non ristrutturano secondo tempi e modalità dei nuovi vettori, questi passano subito al capitolo seguente, intitolato: richiesta di fallimento. Brutte pagine, e per nulla fantascientifiche. Io dico che il Governo non può limitarsi ad assistere a tale indecoroso spettacolo. Occorre un vera riforma con pochi e chiari articoli. Che non consenta scorciatoie e interpretazioni “fallimentari”. Dove tutti i soggetti coinvolti trovino soddisfazione, anche parziale. Se si vuole per davvero far ripartire l’economia reale, questo rimane un tema vitale da affrontare e risolvere al più presto.