Il voto plurimo nelle quotate ha il sapore delle scatole cinesi

Data la mia esperienza di lungo corso ho imparato a non fermarmi a quel che appare a prima vista. Mi concentro piuttosto su quel che vi sta dietro, sui contorni. Provando a squarciare il velo di Maya foriero di illusioni troppo spesso a buon mercato. Ebbene, in ordine di tempo, mi pare che vi sia da riflettere a proposito della normativa in materia di voto plurimo delle società quotate. In linea generale dico che la mossa non mi convince. Mi ricorda, in versione riveduta e corretta of course, la pratica delle scatole cinesi, metodo vizioso frequentato con grande maestria da molte aziende del Belpaese, sia pubbliche che private. Ricordate? Ogni iniziativa viene messa in atto per rafforzare la posizione di chi è già nella cabina di comando. Una sorta di “divide et impera” fatto su misura di chi detiene il controllo: un sistema piramidale verso il basso realizzato per conservare potere e privilegi. A farne le spese i soliti comprimari, gli azionisti paría. Ma veniamo a noi. Ecco allora che gli azionisti di società quotate che detengono azioni da almeno 24 mesi godono ora di un diritto di voto plurimo. In questo modo viene, de facto, violata la parità degli azionisti. Ovvero: vi sono azionisti di serie A e altri di serie B. Il rischio? Beh, esiste. Vi potrebbe essere che una minoranza, esercitando il suo potere di voto, riesca ad imporre la sua volontà ad una maggioranza. È evidente che in tutte le società con un azionista familiare forte che dispone di oltre il 50% del capitale, il pallino delle strategie rimane saldamente nelle sue mani; sarà lui, infatti, a poter decidere a maggioranza semplice se introdurre o meno una novità destinata ad avere ripercussioni sulla governance e sull’esercizio del potere. Assogestioni qualche dubbio lo ha sollevato: decorsi i due anni (il beneficio del voto “maggiorato” riguarda l’acquirente che detiene un’azione per almeno due anni dalla data di iscrizione in un apposito elenco), il voto plurimo può permettere ai grandi soci di mantenere il controllo anche dopo aver venduto le azioni. Nella pratica, in caso di voto doppio, il 25,5% del capitale ordinario in assemblea varrebbe il 51%. Ecco perché non è azzardato cogliere nel valzer dei voti plurimi il nuovo volto delle scatole cinesi. Anche se qualcuno potrebbe segnalare come, con tale formula, si verrebbero a premiare gli azionisti di medio termine (coloro che detengono in portafoglio titoli per almeno due anni) in una logica coerente di fidelizzazione. Dunque, ancora una volta siamo dalle parti delle apparenze e dei contorni possibili. Giuseppe Vegas ha promesso un regolamento attuativo in tempi stretti. Per intanto annoto il pensiero di Giovanni Tamburi, presidente e amministratore delegato di Tamburi I.P., che vede nel voto plurimo un incentivo alla quotazione in Borsa; tuttavia, mi ritrovo più in sintonia con l’economista di estrazione liberale Luigi Zingales che, l’estate scorsa, segnalava i pericoli insiti nell’applicazione del voto plurimo con una maggioranza semplice: “(…) A prima vista sembrerebbe una legge per permettere allo Stato di introdurre il voto plurimo nelle imprese quotate controllate. In questo modo potrebbe vendere ulteriori quote senza il rischio di perdere il controllo. (…) Se lo Stato cambia le leggi per favorire se stesso, come potrà mai uno straniero fidarsi del nostro Paese? Lo Stato potrebbe facilmente scendere al 25% nelle sue partecipate senza alcun rischio di perdere il controllo”. Ma l’obiettivo vero per Zingales è un altro: “Proteggere quello che resta del capitalismo di relazione, a cominciare dalle fondazioni bancarie per finire a Mediobanca”. Alla faccia della competitività e di chi saggiamente vorrebbe che l’Italia tornasse ad essere attrattiva agli occhi di investitori stranieri.