Il timore che c’è in Europa per la bad bank all’italiana

I crediti deteriorati dei nostri istituti bancari hanno nel complesso superato, a luglio 2015, i 197 miliardi di euro (dati ABI, settembre 2015). E questa è indubbiamente una zavorra che pesa nei bilanci. Come alleggerire il fardello? Con il via libera alla bad bank, il veicolo di smobilizzo delle sofferenze bancarie. Secondo Bankitalia e Governo la mossa contribuirebbe a far ripartire la crescita economica del Belpaese. A Bruxelles tuttavia non dimostrano lo stesso ottimismo. Temono che la bad bank all’italiana sia una forma di sostegno pubblico alle banche – l’ennesimo, aggiungo io! Dicono dal quartier generale dell’Unione Europea: passi pure la bad bank ma non attraverso aiuti di Stato. Insomma, dal commissario alla concorrenza Margarethe Vestager in giù, vogliono vederci chiaro. Come diceva quel politico: “a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina”. Il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ha tenuto ad allontanare i legittimi sospetti, affermando che si è a buon punto circa le modalità per individuare il prezzo di mercato per i non performing loans, e in particolare per quelli garantiti, in modo da allontanare qualsiasi illazione di aiuti governativi alle banche italiane. Vedremo, ma se a Bruxelles continuano a nutrire perplessità anche dopo il tentativo di rassicurazione del ministro in quel di Cernobbio al Forum Ambrosetti, più di un dubbio lo manteniamo legittimamente anche noi. In ogni caso conviene sgombrare subito il campo da un equivoco che la querelle bad bank si porta appresso e non da ieri: nessun si faccia illusioni che con l’ingresso sul mercato del nuovo veicolo le banche riprenderanno a fornire prestiti alle imprese. No, il vantaggio rimarrebbe tutto all’interno del proprio orticello, leggi alla voce azionisti. D’altronde, come insegna la lezione nostrana, i conti per loro devono tornare sempre. Con tanti saluti all’economia reale che, con buona pace dei soliti noti che si ostinano a far di tutto per negare l’evidenza, nel nostro Paese continua ad essere rappresentata per oltre l’80% dalle PMI, soprattutto le piccole. L’impressione è che la confusione sotto il cielo della bad bank sia oltre il livello di guardia. Tra annunci e dichiarazioni ci si perde. Da parte mia, non credo possa essere quella la strada che dia il là alla rivitalizzazione del sistema produttivo italiano. Per come andrebbe a configurarsi questa risposta alle sofferenze bancarie – anche se nessun protagonista sulla scena, come abbiamo visto, sta dimostrando di avere le idee chiare- designerebbe un qualche sostegno quasi esclusivamente alle grandi imprese con importanti debiti verso le banche. Per il resto: del doman non c’è certezza. Pertanto nessuno sblocco radicale alla situazione dei crediti deteriorati. Le domande, come si dice, restano tutte sul tappeto. Scomode, e perciò vere. A esempio: quali caratteristiche avrà la società chiamata a rilevare e quindi gestire le insolvenze? Come si comporterà nei confronti dei debitori? Userà il bastone o la carota? Tratterà tutti allo stesso modo? Se le risposte saranno sulla scia del bail-in, in vigore dal 1° gennaio 2016, c’è poco da stare allegri. Piccole imprese e cari risparmiatori: attenti!