Albi e ordini, le vecchie strutture non certificano la professionalità

Ancora adesso che molti si arrovellano allo scopo di indicare un “nuovo corso” per gli albi professionali, io preferisco domandarmi a cosa servano, soprattutto oggi. E offro subito la risposta frutto di lunga esperienza in prima linea e dalla natura, da sempre, di incallito liberale: poco o nulla. Anzi, più nulla che poco!
In un mondo globalizzato chiamato a dialogare e a intendersi velocemente per rispondere con efficacia ed efficienza alle questioni davvero cruciali, tenere le professioni imbrigliate in ordini per lo più preoccupati di salvaguardare i confini del proprio fortino, appare una formula anacronistica e “protezionistica”. Un modus operandi tipicamente italiano. Che, infatti, all’estero proprio non capiscono. Gli analisti delle migliori accademie di pensiero internazionali pongono in rilievo la natura anti – economica dell’azienda Italia che favorisce e alimenta questi piccoli – grandi carrozzoni. Un ordine professionale è, per definizione, un freno; è l’album dell’insignificanza e della vuota ritualità. Si dice: gli albi servono a garantire l’aspetto deontologico. Io preciso: capisco l’esame di Stato, ma per il resto ci sono le leggi alle quale ciascuno è chiamato ad attenersi nell’esercizio della propria funzione. Non occorre altro. Perché tutto l’altro che viene gestito all’interno degli ordini professionali traduce nella pratica i vizi peggiori di chi governa la cosa pubblica. Prendiamo i consigli degli ordini; ebbene, rappresentano dei veri e propri centri di potere; per questo, periodicamente, si assiste al triste spettacolo della corsa ad occupare la poltrona. Che vuol dire privilegio, logica di casta, gestione quantomeno opaca e, al fondo, burocratica. Che vantaggio può averne l’azienda Italia dal proliferare di siffatte strutture autocelebrative e arroccate in difesa di privilegi e di logiche ormai antistoriche? Un’azienda che intende rispondere al mercato con dinamiche improntate alla competenza e alla forte specializzazione, evidentemente nessuna. Ai miei amici commercialisti lo dico sempre: all’epoca della globalizzazione è necessario interrogarsi sul significato autentico della nostra professione. Su cosa vuol dire essere commercialisti oggi. E io chiarisco sempre che solo un’effettiva liberalizzazione dell’agire permette di tenere il passo con piglio brillante alle esigenze di una clientela che necessita di essere seguita da professionisti a tutto tondo, con una mentalità e un’operosità da consulenti. Solo così è possibile adeguarsi a uno scenario mutato e più concorrenziale; in modo particolare sullo scacchiere internazionale. Insomma: più specializzazione, più strategie nell’intercettare i nuovi indirizzi, più capacità di muoversi in modo raffinato e intelligente. Già nel mio ultimo “BancaRotta” mi rammaricavo di una battaglia perduta da parte dei commercialisti; quella che si sarebbe dovuta fare per ottenere “esclusive” come hanno avvocati, notai, ingegneri e architetti. Invece si è preferito dilungarsi intorno a questioni di retroguardia come, ad esempio, la fusione tra commercialisti e ragionieri. Tema vecchio in partenza. L’ennesima dimostrazione di un pensiero arcaico legato a una mentalità da bottega. Solo italiana. Per niente globale. La rinascita di questo Paese oberato da una lunga lista di lacci e lacciuoli passa da processi di semplificazione generalizzati. Solo liberalizzando si può ripartire. E lavorare meglio e con maggiori soddisfazioni. Tertium non datur…