La riforma delle popolari deve avvantaggiare le Pmi

I lavori sono in pieno corso per la trasformazione delle prime dieci banche popolari in società per azioni. Nel contesto di un sistema creditizio come il nostro dove le contraddizioni non mancano di certo, occorrerà verificare se la riforma delle popolari avverrà sulla strada della chiarezza oppure se il cambiamento non porterà alcun vantaggio sostanziale. (E non mi riferisco solo al risparmiatore). Che vi fosse la necessità di una governance più trasparente e finalmente in sintonia con le logiche del mercato è una convinzione che porto con me da sempre. Infatti, ritengo che tale riforma arrivi con colpevole ritardo, diciamo almeno di venticinque anni. E, purtroppo, in questo lasso di tempo (un tempo piuttosto lungo!) ne abbiamo viste di tutti i colori. Con la scusa della salvaguardia dello spirito mutualistico degli istituti cooperativi si sono sedimentati centri di potere dove l’incrocio con la politica non ha portato alcunché di buono, se non il perpetuarsi del consenso attraverso operazioni opache e un uso disinvolto del controllo societario. Una vera e propria trincea delle lobby secondo il più discutibile e deprecabile costume italiano. E poi – va detto con grande franchezza – le prime dieci banche popolari chiamate al cambio di rotta, per struttura non sono più “popolari” da tempo (per ben sette soggetti parliamo di realtà quotate). Pertanto si tratta di argomenti speciosi, fumo negli occhi, specchietti per le allodole; la solita tecnica per distrarre dai veri problemi, dalla natura della posta in gioco. Ovvero: in che modo esse saranno in grado di misurarsi con il tema della solidità patrimoniale? Come porteranno avanti strategie di aggregazione e insieme di semplificazione? In che misura riusciranno a smarcarsi del tutto dalla contaminazione con la politica che non ha mai portato a nulla di buon per l’economia reale del Paese? Una riforma quando lo è per davvero e non solo sulla carta deve mostrare fin da subito, direi fin dalle dichiarazioni d’intenti, una radicale segno di discontinuità con le poche gloriosi stagioni precedenti. Il che significa la messa in opera di un “governo” degli istituti che sappia intercettare e favorire (con lungimiranza, certo) la domanda di credito del sistema delle piccole imprese e insieme la serenità dei risparmiatori (specie i più piccoli). Non c’è tempo da perdere con operazioni di risiko bancario che in nome del superamento della frammentazione mostri al Belpaese il volto deteriorato: quello del tornaconto personale e degli interessi di parte. La riforma delle popolari è “sensata” nella misura in cui concorra al rafforzamento e l’irrobustimento del sistema (autentica spina dorsale dell’Italia). Per quel che vedo e sento, le mosse finora sono in gran parte nella direzione di assetti e riassetti ancora troppo inclini alla autoreferenzialità; quasi o nulla virtuosi; convenienti per lorsignori (forse!) sconvenienti per il Paese che ha solo bisogno di operazioni trasparenti e di indirizzi finalmente all’altezza delle sfide che ci attendono. Una riforma zoppicante rappresenterebbe un autogol clamoroso. L’ennesima opportunità gettata al vento. Di certo non salutata con soddisfazione dalle parti della Banca Centrale Europea. Una controriforma per davvero … impopolare!