Il Pubblico che non paga? Un macigno sulle imprese

Si chiede alle aziende italiane di non restare al palo, di non piangersi addosso, di innovare (e prima di tutto di innovarsi nel modo di intendere oggi il “fare” impresa per reggere l’urto della competizione internazionale). Riassunto con un verbo: investire. Magari anche in Borsa dove le occasioni potrebbero non mancare se si interpreta la partita con raziocinio (territorio, quello, che a mio avviso rimane da preferire per la semplice ragione che a determinarne l’andamento è la logica del mercato. Punto.). Sulla carta: tutto bene. Poi c’è la realtà dei fatti. E allora ecco che per le imprese finora si sono visti solo piccoli segnali e non le tanto sbandierate riforme strutturali che avrebbero dovuto dare un’impennata, anche di ottimismo e fiducia al Sistema Paese. Riforme strutturali che avrebbero dovuto prevedere, in primo luogo, una riassetto innovativo e trasparente della Pubblica Amministrazione per farla uscire dalla gestione opaca sulla quale ha costruito, mantenuto e accresciuto la propria zona franca. Niente di tutto questo è accaduto. Certo, vi sono state promesse. Promesse da marinaio e nulla più. Di cui, a patirne, ancora una volta le imprese. I numeri più recenti elaborati dalla Cgia di Mestre sono francamente impietosi, ma non certo sorprendenti. Almeno per me che per vocazione culturale sono portato a diffidare di tutto ciò che riguarda lo Stato pantagreuelico. Dunque, ecco la notizia di un scandalo ormai intollerabile: vale ancora 60 miliardi il debito della Pubblica Amministrazione nei confronti delle imprese italiane e tra i debitori, i peggiori pagatori risultano esseri gli enti locali. Come a dire che la malapianta non è più un primato indiscusso del centro romano ma riguarda la rete “pubblica” nel suo complesso. Si tratta di ritardi che mettono in ginocchio le aziende. Che sicuramente si sono indebitate per rispondere nel modo e nei tempi dovuti alle richieste del cliente che si è dimostrato insolvente per svariati miliardi di euro. Sono gli stessi soggetti che con mano mettono da parte le fatture dei fornitori e con l’altra, fino al 2009, si sono gettati a capofitto in operazioni finanziarie discutibili per gli scarsissimi ritorni (e non voglio aggiungere altro per carità di patria!). Il riferimento ai derivati non è puramente casuale. Tanto più che quella pratica poco virtuosa veniva finanziata con i soldi della collettività. Quindi anche con quelli degli imprenditori che ancora aspettano di essere pagati per il lavoro svolto secondo tempi plausibili, quelli indicati dall’Europa. I danni prodotti dal ricorso sconsiderato a tali strumenti finanziari la dice lunga sulla credibilità di che regge le fila della Pubblica Amministrazione. La Corte dei Conti nei suoi report è impietosa a proposito di metodi e numeri difettosi che produce lo Stato con tutte le sue diramazioni. E sugli effetti che ancora si patiscono a seguito di quelle operazioni borderline. Difficile se non impossibile che se ne esca. A meno di svolte radicali sul modello Thatcheriano. Ma se si è arreso anche l’ottimo Cottarelli… Alle imprese creditrici con la Pa mi limito a suggerire percorsi più realistici: trovare nuovi clienti nel settore privato. Non assicuro che lì siano tutte rose e fiori. Però qualche spina in meno è assicurata! Meditate gente…